Angoris, Pinot grigio Isonzo DOC 2011

I Pinot sono una grande famiglia il cui nome, pare, derivi dalla forma “a pigna” del grappolo. Il capostipite é il Pinot noir dal quale derivano le mutazioni genetiche o le trasformazioni gemmarie,  P. blanc, Pgris e P. meunier. Il Pinot grigio, il cui aggettivo ricorda il colore del grappolo,  arrivò in Italia  dalla Borgogna per merito del generale-marchese Emilio di Sambuy (*), alla fine del XIX secolo, per espandersi poi lentamente, soprattutto nel nord-Est e in Alto Adige dove prende il nome di Ruländer. Esso predilige i terreni collinari piuttosto freschi, di composizione marnosa e argilloso-calcarea tipici delle colline del Friuli, ma anche quelli alluvionali dell’Isonzo e del Tagliamento.

Davanti ad un ottimo risotto di pesce, come si sa ben fare nella mia cucina, decido di “aprire” una bottiglia di Pinot grigio, Isonzo del Friuli DOC, 2011, 12,5% del friulano Angoris, un’antica azienda nella località omonima del comune di Cormons.  Cormons con la Contea di Gorizia appartenne all’Impero Asburgico per secoli,  fino alla I Guerra Mondiale con due brevi intervalli, quello dell’occupazione veneziana (1508-1509) e quello altrettanto breve con Napoleone. Nel 1648 Ferdinando III d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, per ringraziare  Locatello Locatelli del servizio prestato durante la   Guerra dei 30 anni (1616-1648), gli donò 300 campi nella località allora nota come “Langoris. Dagli anni ’60 del ‘900 la tenuta é rientrata in possesso della famiglia del dott. Luciano Locatelli, dove si continua a produrre vini con competenza e anche qualcosa di più. 620 ettari di campi e boschi, con la splendida Villa Locatelli, dei quali 120 ettari di vigneto nelle zone Isonzo del Friuli, Collio e Friuli Colli Orientali.

Angoris, Pinot grigio Isonzo DOC 2011

Ma torniamo alla nostra bottiglia di Pinot grigio in purezza. Il vino ha un pedigrée indiscusso: la zona di allevamento é quella vocata dell’Isonzo: un’area alluvionale ricca di ghiaia e sali minerali (ossidi di alluminio e ferro) lungo il fiume omonimo a sud del Collio: DOC  relativamente piccola dal 1974.

Il vino si ottiene dopo fermentazione a temp. controllata  alla quale seguono 5 mesi in acciaio. Il colore é di un giallo paglierino (paille clair); al naso si percepiscono le albicocche, le pesche e il floreale bianco. In bocca:  secco, discreto di corpo e di mineralità, con una tangibile persistenza gustolfattiva, equilibrato e con una buona pervadenza palatale che completa la piacevolezza edonistica. Temperatura di servizio 8-9 gradi C.

Il prezzo del vino trovato sullo scaffale della grande distribuzione é piuttosto allettante (scontato 3,90 € su 5,65 di norma) per cui il rapporto costo/qualità non può che soddisfare un consumatore accorto… specie in tempo di crisi, quando é forte il tentativo di combattere il calo delle vendite con l’aumento dei prezzi, ma non é certo questo il caso. Ma qui entra allora in gioco l’accortezza del consumatore

Centrati sono gli abbinamenti del nostro Pinot grigio con piatti di media struttura, con i deliziosi prosciutti di  S. Daniele e Sauris, ma anche interessante può essere la piacevolezza come aperitivo e in compagnia di antipasti. Vivamente consigliabile per un bere bene quotidiano.

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(*)Vittorio Balbo Bertone, marchese di Sambuy, aiutante di campo di Carlo Alberto, partecipò alla campagna del 1848. Nel 1849 preferì appendere la spada al chiodo e, presa dimora nella sua tenuta di Lesegno di Mondovì, si dedicò all’agricoltura  che sin da giovane era stato il suo principale interesse. Insieme ad altri grandi dell’agricoltura come il Camillo Benso di Cavour, il Peyron, il Burdin e altri,  fu tra i pochi proprietari terrieri davvero attenti ad ogni novità; fu tra i fondatori dell’Associazione agraria piemontese nel 1842. Fu tenace promotore dell’istruzione agraria fondando nel 1846 l’Istituto Agricolo Veterinario di Venaria Reale del quale divenne direttore. La maggior parte dei suoi scritti è raccolta nella rivista L’Economia Rurale, organo del Comizio agrario. Morì il 10 agosto 1872.

 

Articolo di Paolo Zatta

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