Il “Calto delle Fate” del Filò delle vigne, Baone (PD)

Azienda agricola FILO’ DELLE VIGNE
Azienda agricola FILO’ DELLE VIGNE

 E’ una bella giornata di giugno, il clima è caldo, ma non ancora afoso, proprio quello che ci vuole dopo un interminabile periodo di piogge incessanti. Il cielo è terso e senza nubi. In alto volano, trascinati da correnti favorevoli, poiane e falchetti ghiotti di cavallette, leprotti e piccoli mammiferi sui quali sono pronti a piombare con voli rapidi e sicuri. Siamo davanti alla secentesca villa dell’azienda agricola Il Filò delle vigne. Davanti a noi vediamo il Monte Ricco, il Monte Castelletto, mentre in lontananza si scorge la Rocca di Monselice, il Mons silicis, dalla pietra estratta dal colle attorno. Alle nostre spalle domina il monte Cecilia. Matteo Zanaica, validissimo collaboratore dell’azienda, ci accoglie calorosamente facendoci da anfitrione.

Il Filò delle vigne in quel di Baone (PD), (un nome che evoca forse antichi baccanali) é un’azienda di 55 ettari locata all’interno del Parco dei Colli Euganei e che fa parte del Consorzio di Tutela  Vini DOC.  I 20 ettari vitati sono baciati dal sole, ventilati dalla brezza e soggetti ad una buona escursione termica giorno-notte. La resa media dell’uva é inferiore ai 30 ettolitri/ha per una produzione di circa 60.000 bottiglie, ma il potenziale é ben superiore. Il nome dell’azienda deriva dall’ antica usanza contadina del “fare filò“, il rito secolare di riunirsi di sera nella stalla a chiacchierare: i più vecchi narravano ai più giovani storie di vita e di streghe, di fate buone e di disgrazie, di buona (poca) e di mala sorte e di tutto quello di cui i vecchi amano parlare, quasi come fiumi carsici. Oggi il filò qui lo fanno le vigne: un sussurrare di vigna in vigna che diventa poi piacevole convivio nella condivisione di vini che sono orgoglio di questo territorio. Storie in bottiglia, esperienza liquida color del sangue nobile o del dorato che ricorda colori baltici.

Qui siamo nel “regno” del Cabernet dove microclima e terreni, che vanno dal calcareo al marnoso fino al vulcanico, danno il meglio nell’ espressione norisoprenoica di vini ricchi di profumi, di antociani, polifenoli e molto altro ancora. Ma non  è del meraviglioso rosso “Borgo delle casette”, che voglio parlare oggi, bensì di un vino bianco che mi ha davvero sorpreso: il Calto delle Fate. Il Calto, mi dicono, é l’avvallamento tra due alture dove scorre l’acqua che mormora quasi fosse un “canto di Fate”, di ninfe generose in un’area arida. Ecco allora, qualche anno addietro, il “miracoloso” rinvenimento di una falda acquifera, quasi inaspettata, a 340 m. di profondità: acqua termale a 43 gradi C che ha risolto i problemi di vera sopravvivenza dell’azienda.

Nicolò Voltan e Matteo Zanaica illustrano storie di vita e di viti
Nicolò Voltan e Matteo Zanaica illustrano storie di vita e di viti

Quando a raccontarci del pozzo é Nicolò Voltan, uno dei due proprietari, l’altro é Carlo Giordani, la voce appare quasi commossa: “Mio sentivo, al vedere lo zampillo, quasi un novello JR che ha trovato il petrolio a Dallas”.

Un tempo sui colli Euganei si coltivava quasi esclusivamente uva a bacca bianca: il Cirio, il Sauvignonasse, il Tai veneto, la marzemina bianca, la pinella e altri ancora, vigneti  rimasti ormai in buona parte un ricordo. Poi i mercati hanno sovvertito una tradizione plurisecolare, ma alla fine, con alti e bassi, si é giunti ad avere punte di vera eccellenza che solo l’insipienza di mercati talvolta ciechi, non sa valorizzare a pieno. L’importante é credere e andare avanti.

Eccoci allora al “Calto delle Fate”: Chardonnay (ca 50%), Pinot bianco, Riesling italico e Tai bianco, 13,5% vol. alc.. 6.000 bottiglie.

I vigneti sono allevati su terreno misto: vulcanico,  calcareo-marnoso, ad una quota di 100-150 m., orientati a sud-ovest, sud-est.

La raccolta dell’uva é rigorosamente manuale ed avviene nella prima quindicina di settembre. La fermentazione é endogena, in barrique di rovere francese non nuove.

Il colore é di un bel giallo dorato. Al naso é pulito, con sentori floreali e di erbe aromatiche quali timo e lavanda. In bocca é fine, intenso, di buona corposità e di gradevole freschezza ed eleganza; avvertibile la pietra focaia e una venuzza del  quercus. Alla fine é un vino morbido, equilibrato e di buona armonia.

Abbinamento ideale con risotti di ortaggi e con secondi di media struttura  a base di carni bianche.

Ah! dimenticavo (si fa per dire). L’annata degustata era un 2004. Una rarità irripetibile, per una nostra fortuna sfacciata, che non può che prorompere in una gratitudine sincera.

Articolo di Paolo Zatta

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