Avevo già visitato la Sardegna due volte, ma mai nel periodo invernale, così in occasione delle festività natalizie io e la mia signora abbiamo preparato il camper e ci siamo imbarcati per l’isola, scegliendo di percorrerla in senso antiorario: dal nord verso la costa occidentale, poi l’interno e infine il versante orientale. Con noi, nel loro camper, gli amici Beppe e Donatella sono stati compagni di viaggio e di avventure, condividendo strada, soste e pasti.
In questo periodo le distanze sembrano più brevi e il tempo scorre diversamente: le strade sono meno trafficate, i luoghi più silenziosi, e anche la cucina rispecchia questo ritmo. Molti ristoranti turistici sono chiusi, e si mangia soprattutto dove mangiano i residenti, con menu legati alla stagione e porzioni pensate per chi lavora e vive il territorio.
Viaggiare in questo modo permette di adattarsi ai luoghi, fermarsi dove conviene e mangiare senza programmare troppo. La cucina incontrata lungo la strada è diventata parte integrante dell’esperienza, osservata e assaggiata con attenzione, senza aspettative particolari.
Pane carasau e pane frattau
Il pane carasau è stato una presenza costante. Il tipico pane sardo antichissimo, sottilissimo e croccante, fatto con semola di grano duro, acqua, lievito e sale, facile da conservare e pratico da tenere in camper, accompagna quasi ogni pasto. L’ho mangiato spesso al naturale o con poco olio, altre volte leggermente ammorbidito.
In alcune occasioni è diventato pane frattau: carasau bagnato, salsa di pomodoro, pecorino e uovo. Un piatto semplice, costruito con pochi ingredienti, che rappresenta bene la cucina sarda quotidiana.

Malloreddus alla campidanese
I malloreddus sono uno dei primi piatti più presenti. Piccoli gnocchetti di semola rigati, trattengono bene il condimento. La versione alla campidanese prevede un sugo di pomodoro arricchito da salsiccia, spesso leggermente speziata, e una spolverata abbondante di pecorino stagionato.
È un piatto sostanzioso, pensato per essere condiviso, che non cambia molto da zona a zona ma mantiene sempre una sua coerenza.

Culurgiones
I culurgiones, tipici dell’Ogliastra ma diffusi in tutta l’isola, hanno una preparazione più elaborata. La pasta racchiude un ripieno di patate lessate, pecorino e menta, con variazioni locali minime. La chiusura a spiga non è solo decorativa, ma indica una lavorazione attenta e riconoscibile.
Originariamente preparati solo in famiglia, rappresentano oggi una delle principali e più diffuse ricette dell’intera gastronomia della Sardegna. Il gusto è delicato, equilibrato, mai eccessivo, e la struttura del piatto invita a mangiarli con calma.

Porceddu
Il porceddu resta uno dei piatti più rappresentativi. Viene cotto lentamente allo spiedo, spesso all’aperto, aromatizzato con mirto o rosmarino. La carne risulta morbida, mentre la cotenna diventa croccante se la cottura è eseguita correttamente.
È un piatto che non ammette interpretazioni: dipende tutto dalla qualità dell’animale e dal rispetto dei tempi.
Piatti di mare
Lungo la costa ho trovato una cucina di mare semplice. La fregola con arselle è uno dei piatti più frequenti: pasta di semola tostata, dalla consistenza irregolare, cotta come un risotto e accompagnata da vongole e brodo leggero.
Il pesce viene spesso servito alla griglia o al forno, con pochi condimenti. La bottarga di muggine, grattugiata o affettata, compare sia come antipasto sia per insaporire primi piatti, senza eccessi.
Formaggi: una presenza costante
I formaggi sono la mia passione e sono stati una presenza continua lungo il viaggio, soprattutto nelle zone interne. Il più ricorrente è il pecorino sardo, declinato in molte varianti che cambiano non solo per stagionatura, ma anche per zona di produzione e periodo dell’anno.
Ho assaggiato pecorini freschi, dalla pasta morbida e dal gusto lattico, spesso serviti come antipasto o a fine pasto, e pecorini stagionati, più asciutti e sapidi, utilizzati anche come ingrediente nei primi piatti. In alcuni casi la stagionatura era breve, con un equilibrio ancora gentile; in altri decisamente lunga, con aromi più marcati e una sapidità che richiede attenzione. Gustati con miele o marmellata di aranci sono una prelibatezza.
Accanto al pecorino ho trovato formaggi meno noti, spesso prodotti in piccoli caseifici o direttamente dagli allevatori: paste semicotte, formaggi a crosta naturale, talvolta leggermente affumicati. Non sempre vengono presentati con un nome preciso, ma raccontano bene il legame con il pascolo e con una produzione pensata più per il consumo locale che per il mercato.
I dolci
Le seadas, il dolce tradizionale sardo composto da due dischi di pasta di semola che racchiudono un ripieno di formaggio fresco, sono state praticamente l’unico dolce assaggiato durante il viaggio. In inverno compaiono spesso a fine pasto, soprattutto nell’interno, e vengono servite senza variazioni particolari. Fritte al momento, calde, con il formaggio che resta morbido all’interno e il miele versato sopra senza abbondare.
Il contrasto tra il ripieno sapido e il miele è netto e non cerca equilibrio forzato. È un dolce che funziona proprio perché resta semplice, legato a una preparazione precisa e ripetuta nel tempo. Non è un dessert pensato per chiudere in leggerezza, ma per completare il pasto.

I vini
Durante il viaggio ho bevuto soprattutto vini sardi. Il Cannonau è stato il rosso più frequente, soprattutto nell’interno, adatto a piatti di carne e formaggi stagionati, ma la vera piacevole scoperta è stata il Monica: più semplice, diretto, facile da bere anche a pasto. Il Vermentino, secco e lineare, ha accompagnato bene la cucina di mare. Vini pensati per stare accanto al cibo, senza protagonismi.
Ritorno a casa
Questo viaggio invernale in camper si è chiuso per me come un ritorno graduale alla normalità. Ho attraversato la Sardegna osservando paesi, strade e luoghi segnati dalla storia, fermandomi quando sentivo che valeva la pena farlo. Mangiare è diventato parte di questo modo di viaggiare, senza separarsi dal resto.
I pasti, le visite, le camminate nei centri storici e le soste lungo la costa fuori stagione hanno seguito lo stesso passo. Non c’è stato un momento più importante degli altri, ma una continuità che ha tenuto insieme cultura, paesaggio e cucina.
Porto a casa un viaggio semplice, fatto di attenzione e di tempo, in cui il cibo ha accompagnato i luoghi senza mai mettersi al centro.