Vernaccia di S.Giminiano: due passi nella letteratura

Chi ama il vino sa che questo non é occasione per il solo bere, ma é altresì occasione edonistica e conviviale, oltre che  conoscenza, curiosità, storia… e molto altro ancora.

La Vernaccia di San Gimignano è stato il primo vino bianco italiano a ottenere la DOC (Denominazione di Origine Controllata), oggi é una D.O.C.G (Denominazione di Origine Controllata e Garantita) (D.M. 26/11/2010 – G.U. n.289 dell’11/12/2010).

Vernaccia di S.Giminiano

Il vitigno sembra sia stato introdotto nell’area di San Gimignano dalla Liguria delle Cinque Terre da quel di Vernazza da tale Vieri de’ Bardi nel 1200. Furono poi i suoi discendenti, fra i quali Angiolo Bardi, gli artefici dello sviluppo della coltivazione del vitigno e della produzione vinaria. Certo é che già nel 1276 fioriva il commercio della Vernaccia di San Gimignano. Sulla provenienza della Vernaccia ne parla il frate minore Salimbene da Parma (1221 –1288) storico italiano, seguace di Gioacchino da Fiore: “vinum de Vernacia… nascitur in quadam contrata quae Vernatia appellatur La  Vernacia…che nasce in una terra che si chiama Vernazza. Così pure il Buti: “Vernaccia ‘ è vino che nasce ne la riviera di Genova, millior vino bianco che si trovi “.

Vernaccia di San Gimignano

Negli “Ordinamenti della Gabella” del Comune di San Gimignano del XIII secolo, si trova l’imposizione di una tassa di “tre soldi” per ogni “soma” di Vernaccia fuori Comune e l’istituzione di un registro dei Provveditori comunali di Vernaccia, che avevano il compito di sovraintendere, oltre alle gabelle,  alla selezione delle migliori Vernacce . Quindi almeno fin dal  XIII secolo la Vernaccia aveva acquistato notevole pregio sia sui  mercati Toscani che su quelli italiani allietando le tavole dei nobili e dei potenti del tempo.

XIV Canto di DanteDante Alighieri (Purgatorio, 14, 19-24) aggirandosi tra i golosi vede indicarsi dal poeta Forese Donati (1250-1296) il vecchio papa Martino IV che stava scontando il suo passato di crapula, quando si rimpiazzava di anguille del lago di Bolsena alla Vernaccia: “Questi, e mostrò col dito, é Bonagiunta,/Bonagiunta da Lucca; e quella faccia/ di là da lui è più che l’altre  trapunta/ebbe la Chiesa in le sue braccia:/ dal Torso (da Tours) fu, e purga per digiuno/l’anguille di Bolsena e la vernaccia.

decameroneGiovanni Boccaccio da Certaldo (1313-1375) invece narra della Vernaccia nella Seconda Novella della Decima giornata del Decamerone: “L’abate (di Cluny) che, come savio, aveva l’altierezza giú posta, gli significò dove andasse e perché. Ghino, (Ghino di Tacco) udito questo, si partí e pensossi di volerlo guerire senza bagno: e faccendo nella cameretta sempre ardere un gran fuoco e ben guardarla, non tornò a lui infino alla seguente mattina, e allora in una tovagliuola bianchissima gli portò due fette di pane arrostito e un gran bicchiere di vernaccia da Corniglia (comune di Vernazza), di quella dello abate medesimo; e sí disse all’abate:“Messer, quando Ghino era piú giovane, egli studiò in medicina, e dice che apparò niuna medicina al mal dello stomaco esser miglior che quella che egli vi farà, della quale queste cose che io vi reco sono il cominciamento; e per ciò prendetele e confortatevi”.

Ed é ancora Boccaccio che fa parlare Maso, ne il “Calandrino e l’elitropia” nella Terza Novella dell’ ottava giornata, allorquando descrive il paese di Bengodi: “… ivi presso correva un fiumicel di vernaccia, della migliore che mai si bevve, senza avervi entro gocciol d’acqua“.  

Poi c’è ancora il poeta senese Cecco Angiolieri (1260-1312) che quando va all’ osteria non ha dubbi sul vino da bere, “se non Greco e Vernaccia…”.

Ecco quindi il poeta da San Gimignano Jacopo di Michele, detto Folgòre (1270-1330) in uno dei suoi sonetti dedicati ai giorni della settimana, che in quello del mercoledì,  invita tutti –  dal garzone al re – a cibarsi ogni mercoledì di vivande specie di arrosto di cacciagione annaffiato da vino greco e da Vernaccia: “ogni mercoredí corredo grande / di lepri, starne,  fagiani e paoni … coppe, nappi, bacin d’oro e d’argento,/ vin greco di riviera e di vernaccia

Anche il sommo Michelangelo Buonarroti in giovane età (1643) così cantava alla Vernaccia: “Alla nobile terra alta e turrita/ del bel S.Giminian facemmo gita…/… Vernaccia, / che dànno a bere a chiunque vi giunge/che bacia, lecca, morde, e picca e punge” .

Occorre quindi ricordare Sante Lancerio (1541), il “sommelier” di papa Paolo III Farnese (1468 –1549), che in una lettera del 1541, ordinava un’ottantina di fiaschi al Comune di San Giminiano, di quella che “è una perfetta bevanda da Signori, et è gran peccato che questo luogo non ne faccia assai…”, la Vernaccia appunto, col solo rammarico, come scrive, che non se ne producesse abbastanza.

Vogliamo poi citare il medico-naturalista aretino, autore del Bacco in Toscana, Francesco  Redi (1626-1697): “Se v’è alcuno/a cui non piaccia/la Vernaccia/ vendemmiata in Pietrafitta,/ interdetto,/ maledetto,/ fugga via dal mio cospetto”.

Ed eccoci infine ai giorni nostri con Orazio Bacci , ne “La vernaccia dell’abate di Clignì”, pubblicato nel glorioso giornale politico-letterario  ” Fanfulla della Domenica” (1879-1919) del 28 luglio 1907.

Mario Soldati nel suo notissimo “Vino al vino” (Mondadori 2006, p. 85) descrive vino e paesaggio: “Le colline intorno alla turrita sky-line di S. Giminiano, un “unicum! Dei vini: la Vernaccia di S. Giminiano, che, ad evitare equivoci e a precisare ancora di più la zona di produzione, si chiama “Vernaccia di Pietrafitta”. Anche per questo vino, bianco e secchissimo, fresco, profumato, esistono citazioni letterarie, le patenti della sua nobiltà.

E per concludere vogliamo ricordare ancora lo scrittore-umanista Walter Bendix Schoenflies Benjamin (1892-1940) nella turrita S. Giminiano dove ne descrive il suo incedere: “A chi venga da lontano subito il borgo sembra scivolato, di soppiatto come da una porta, nella campagna. Esso non da l’impressione che sia possibile raggiungerlo. Ma se si fa tanto di riuscirvi, allora il suo grembo ci accoglie e ci si perde nel concerto dei grilli e nel vociar dei bambini”.

Ecco perché l’Italia ha di che narrare e cantare le sue glorie enoiche, dove il qui descritto breve sciorinare le glorie della Vernaccia é solo un pallido esempio che potrebbe avere i suoi inizi bel lontano nel tempo coi poeti e bon viveurs dell’antica Roma se non prima, senza dover scomodare i Greci.

 

 

Articolo di Paolo Zatta

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